INTERVISTA A SIMON FULLER:MY GENERATION

Buon pomeriggio! Come promesso, approfondiamo la nostra conoscenza del cast del film “MY GENERATION”, con una esclusiva intervista al produttore Simon Fuller.

E, prima di entrare nel vivo delle domande, ecco qualche informazione in poù su di lui.

Nato nel 1960, Simon Fuller  è un imprenditore, investitore e  produttore cinematografico e televisivo rispettata. Forse maggiormente conosciuto per essere il creatore di hit televisive come ‘Pop Idol’ (2001), ‘American Idol’ (2002) e ‘So You Think You Can Dance’ (2005), ha gestito diversi fenomeni musicali tra cui le Spice Girls, Amy Winehouse, Kelly Clarkson e Annie Lennox, prima di lanciarsi in un mercato più ampio in musica, moda e sport. Oggigiorno possiede diversi business con l’icona sportiva David Beckham, due marchi di moda Roland Mouret & Victoria Beckham, e numerose iniziative imprenditoriali in ambito cinematografico e tecnologico.

Q: Il film è descritto come un progetto frutto di passione. Puoi dirci il perché?

Simon Fuller: “Sono nato negli anni ’60 quindi i miei primi ricordi sono di quel decennio. La mia passione per la musica nasce allora. Passavo ore ad ascoltare i miei fratelli maggiori che suonavano gli ultimi pezzi dei Beatles, dei Rolling Stones e dei Kinks. Era un periodo storico in cui tutto era nuovo ed emozionante. Un decennio di legittimazione per i più giovani, gli anni ’60 hanno messo le fondamenta per la mia vita e la mia carriera a seguire.

 

Q: Puoi esplicitare la tua relazione con Michael Caine, con l’uomo e con il suo lavoro?

Simon Fuller: “Quando incontrai Michael dieci anni fa diventammo subito amici. È incredibilmente affascinante con magnifiche storie da raccontare, ha un grande senso dell’umorismo ed un calore che è inusuale in qualcuno di così famoso. È un uomo davvero speciale. La sua carriera abbraccia diversi decenni ed è tanto rilevante e richiesto adesso quanto lo era allora. È un attore eccezionale ed una vera leggenda inglese”.

 

Q: Puoi spiegare il tuo indubbio amore per la musica?

Simon Fuller: “Ho due fratelli maggiori e i miei ricordi sono sempre stati intrecciati con i pezzi più famosi del momento. Quando sono andato a vivere in Africa, loro venivano dall’Inghilterra e mi portavano i nuovi album di Beatles e Stones, ed io ero così contento di ascoltarli. Mi ricordava sempre dell’Inghilterra ed ero affascinato da tutte le storie che mi raccontavano; anche se ero giovane, riuscivo a percepire il cambiamento culturale e l’importanza che la musica ebbe nell’influenzare i giovani”.

 

Q: Perché avete voluto fare un film invece di un’esperienza televisiva?

Simon Fuller: “Michael l’ha immaginato come un film. È una stella del cinema dopotutto, si relaziona con la disciplina del realizzare un singolo contenuto e non dimentichiamoci che ha preso parte in alcuni dei film più memorabili e di successo del tempo. È la sua storia e noi stiamo guardando gli anni ’60 attraverso i suoi occhi, perciò un film è il mezzo perfetto”.

 

Q: Quanto è importante che il pubblico abbia la possibilità di sentire la musica nei cinema – luoghi che hanno alcuni dei sistemi audio migliori al mondo?

Simon Fuller: “Quando ero giovane uno dei miei più grandi piaceri era far partire un disco ed alzare il volume così tanto che tutto il vicinato potesse sentirlo. Mi piace l’idea che la musica dovrebbe essere il centro dell’attenzione. La musica è un’esperienza condivisa. Oggigiorno, è più un piacere solitario; le persone la ascoltano attraverso le cuffiette o le cuffie mentre vanno in giro, e dal punto di vista sonoro è meno d’impatto. A parte le serate nei club, la gente raramente ascolta la musica che esce tuonante dagli speaker. Una delle cose che mi piace di questo progetto è che la musica di ‘My Generation’ sarà un’esperienza condivisa. Le persone saranno sedute in un cinema, colpiti dalla potenza della musica. Queste canzoni incredibili verranno ascoltate attraverso i migliori sistemi sonori, ad alto volume e con orgoglio! La musica è così importante in questo film e dovrebbe immergerti e catturare la tua mente, in modo che si possa realmente comprendere cosa fossero davvero gli anni ’60”.

 

 

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